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Demolizione e scavi: note sui Fori Imperiali

FORO DI AUGUSTO. Il Foro di Augusto, inaugurato nel 2 a.C., si articolava attorno ad una piazza rettangolare con il Tempio di Marte Ultore, due porticati sui lati lunghi e la cosiddetta Aula del Colosso, dove forse era collocata la gigantesca statua di Augusto. In età moderna il sito fu scavato a più riprese tra il XV e il XIX secolo e in modo più consistente negli anni Venti e Trenta del Novecento, nell’ambito del programma di recupero dei Fori pensato da Corrado Ricci. 

I lavori iniziarono nel 1924 con la demolizione del complesso cinquecentesco della Ss. Annunziata ai Pantani e del preesistente edificio di culto basiliano. Dalla chiesa dell’Annunziata provengono i due frammenti di affreschi presenti in mostra. Nel 1926, per riunificare l’intera area scavata, si decise la soppressione del tratto di via Bonella che andava dall’Arco dei Pantani a via Alessandrina e tra il 1927-29 si consolidarono le strutture dei principali ambienti della Casa dei Cavalieri di Rodi. 

Gli ultimi interventi nell’area, riguardanti il restauro del pavimento dell’esedra meridionale e l’innalzamento delle semicolonne di quella settentrionale, risalgono al 1933 e vennero eseguiti velocemente in vista dell’apertura di via dell’Impero. Rinvenimenti sporadici di frammenti scultorei in marmo sono proseguiti anche negli anni successivi, in particolare in occasione dei frequenti interventi eseguiti lungo il percorso della Cloaca Massima, che attraversa sia il Foro di Augusto che quello di Nerva.

FORO E MERCATI DI TRAIANO. L’ultimo e il più vasto fra i Fori Imperiali edificati a Roma fu il Foro di Traiano, costruito tra il 107 e il 113 d.C. L’adiacente complesso denominato Mercati di Traiano fu costruito nel primo decennio del II secolo d.C. per mascherare e sostenere il taglio effettuato lungo le pendici del Quirinale, necessario alla realizzazione del foro. 

Dal 1906 con gli scavi di Giacomo Boni e di Corrado Ricci, iniziano a delinearsi le antiche strutture dei mercati, dando principio così al progetto di scoprimento di tutta l’area dei Fori Imperiali. Si data agli anni 1929-1932 l’avvio delle demolizioni degli edifici del quartiere di origine rinascimentale prospicienti la via Alessandrina, piazza della Colonna Traiana, via di Campo Carleo, via Macel de’ Corvi, contemporaneamente all’inizio dei lavori per l’apertura di via dell’Impero. Si smantellano, inoltre, i fabbricati fra le vie di Testa Spaccata e di S. Lorenzo ai Monti, strade oggi non più esistenti e nel 1933 le chiese di S. Lorenzo ai Monti e di S. Urbano ai Pantani. Da quest’ultima proviene l’affresco con la Samaritana al Pozzo, presente in mostra.  

Di tutti i marmi rinvenuti in questi anni è stata selezionata un’esemplificazione delle opere conservate attualmente nei Musei Capitolini, tutte inedite, individuate più che per presentare risultati di studio – che sono ancora in corso – per dare un’idea esplicita di quali potenzialità offrano i magazzini museali se si fanno dialogare gli oggetti stessi con la documentazione realizzata al momento dei ritrovamenti. La loro provenienza, puntualmente documentata nelle schede d'archivio, è stata confermata e chiarificata proprio dalle riprese fotografiche realizzate durante lo scavo.

FORO DI CESARE. Il Foro di Cesare, consacrato nel 46 a.C., comprendeva insieme al Tempio di Venere Genitrice – edificato in seguito ad un voto fatto dall’imperatore prima della battaglia contro Pompeo a Farsalo – anche una serie di tabernae in blocchi di tufo e travertino. 

In seguito, in occasione dell’edificazione del proprio foro, Traiano lo ricostruì sviluppando la piazza verso ovest ed erigendo la Basilica Argentaria. Ampiamente celebrato dalle fonti antiche per lo sfarzo e l’imponenza, il sito subì una serie di modifiche e restauri fino al V secolo, cui seguì un periodo di abbandono, fino ai lavori di bonifica e urbanizzazione voluti da Pio V (1566-1572), con i quali la zona assunse una connotazione ben definita che rimase invariata fino agli inizi del Novecento. I primi interventi, condotti da Antonio Muñoz, risalgono al novembre 1931 quando, durante la demolizione di molti edifici sopravvissuti agli sventramenti per la costruzione del Vittoriano, riemersero alcune porzioni di tabernae. I lavori proseguirono freneticamente fino al 20 aprile 1932, in modo che l’inaugurazione del sito coincidesse con il Natale di Roma,  ma in realtà si conclusero soltanto nel 1934 con il completo scoprimento del podio del tempio di Venere Genitrice e il rialzamento di tre colonne corinzie.

Insieme ad alcuni elementi inediti della decorazione architettonica figurata del Tempio di Venere Genitrice, sono stati esposti i resti di una parte dei frammenti marmorei rinvenuti nel 1937 pertinenti a un grande rilievo storico tardo-domizianeo o traianeo del Foro di Cesare, pubblicati da Degrassi nel 1939 e rimasti a lungo dimenticati nei depositi comunali. Accanto a essi vengono presentate alcune opere in marmo a tutto tondo inedite, tra le quali risalta una pregevole testa elmata a tutto tondo, la cui decorazione a girali indica l’appartenenza a un’opera della prima fase dell’impianto forense e databile in età protoaugustea.

FORO DI NERVA. Il Foro di Nerva iniziato e quasi completato da Domiziano, fu inaugurato solo dopo la sua morte, sotto l’imperatore Nerva nel 97 d.C. Alla piazza si accedeva sia dal Foro Romano sia dal lato opposto verso la Subura, grazie alla Porticus Absidata, un porticato a forma di ferro di cavallo. 

In età moderna le prime esplorazioni del sito si devono a Rodolfo Lanciani nel 1882, ma fu solo a partire dal 1926 che si inizia a indagare sistematicamente il monumento, in concomitanza con il progetto di liberazione dei Fori Imperiali. Fra il 1931 e il 1933 fu scavata l’estremità orientale del foro e la zona adiacente, tra via Tor de’ Conti e via Alessandrina. Fu in tale occasione, che le “Colonnacce”, inglobate fino ad allora in edifici moderni, furono portate interamente a vista fino al piano originario, così come appaiono oggi. Nel settembre del 1932, infine, è abbattuta la chiesa di S. Maria in Macellum Martyrum di origine medievale, dalla cui facciata provengono le due lunette rinascimentali con teste di cherubino, esposte in mostra.

IL "TESORO" DI VIA ALESSANDRINA. Il 22 febbraio del 1933, nel corso della demolizione di un caseggiato al civico 101 di via Alessandrina, un manovale fece cadere a terra una lastra di ferro coperta da una doppia fila di mattoni: dall’apertura fuoriuscì una cascata di monete d’oro e di gioielli. 

Era il tesoro privato di un antiquario romano, Francesco Martinetti, che aveva vissuto in quell’appartamento dal 1865 fino al giorno della sua morte nel 1895. Come si può immaginare il rinvenimento del tesoro suscitò un immediato interesse per il valore economico complessivo e, soprattutto, per le circostanze del ritrovamento che ben si prestava ad avvalorare ulteriormente il programma urbanistico in svolgimento nell’area dei fori. 

Le cronache dei giornali dell’epoca avevano riportato con dovizia di particolari le vicende relative al ritrovamento e la gustosa notizia, successiva di una settimana, della diffusa vincita al lotto, avvenuta nei quartieri più popolari della città, di oltre un milione di lire. Sulla ruota di Roma era, infatti, uscito un terno secco coi numeri 74, 62, 24 che la “Smorfia” indicava rispettivamente come “monete”, “anelli d’oro” e “muratore”. Tesoro chiama tesoro, avevano titolato nell’occasione i giornali.

Solo otto anni dopo la raccolta entrava a far parte delle collezioni del Medagliere Capitolino, al termine della risoluzione di lunghe controversie legali sorte tra gli eredi del Martinetti, il Governatorato di Roma proprietario dello stabile espropriato e gli operai scopritori. Il Regio Tribunale di Roma dopo aver nominato un collegio peritale per accertare la consistenza e la composizione del tesoro e stimarne il valore commerciale per l’attribuzione del compenso agli operai autori della scoperta, aveva prodotto una perizia a stampa con la stima patrimoniale del valore effettivo della raccolta che finalmente entrava a far parte definitivamente delle collezioni capitoline.

Il tesoro di via Alessandrina comprende 2529 monete d’oro antiche, medioevali, moderne e ottocentesche, 81 tra oggetti di oreficeria e gemme, molte delle quali, in seguito riconosciute provenire da una delle collezioni di glittica più preziose del XVII secolo, la Collezione Boncompagni Ludovisi, di cui si era persa ogni traccia fino ad oggi. La raccolta consisteva per un verso dal denaro accumulato dal Martinetti con la vendita di reperti antichi e dall’altro da materiale d’antiquariato, una sorta di “riserva” a cui il commerciante poteva di volta in volta attingere, a seconda delle necessità. I materiali del Tesoro di Via Alessandrina (Collezione Martinetti) sono esposti al Medagliere Capitolino.