Sport e Viaggi » Sport » Altri sport
K2, la montagna degli italiani
Fra leggende e polemiche la nostra penisola ha dato un contributo fondamentale all?esplorazione del ?Re delle Montagne?
Fonte: dal web
Contenuti correlati
Il Re delle Montagne: è questo il nome locale del K2, secondo rilievo più alto al mondo. In Pakistan è infatti conosciuto come "Chogori", che nella lingua Balti ha proprio questo significato icastico e sontuoso. Il K2 è stato variamente descritto come "l'impressionante", "l'assassino" e la montagna "selvaggia", a causa dell’enormità della sua mole e delle numerose spedizioni fallite nel tentativo di scalarlo.
IL K2. Fino a 6mila metri si tratta di una montagna rocciosa, ma al di là di questi si trasforma in uno sterminato oceano di neve. Il picco del K2 è situato al confine con la Cina, nella impressionante catena montuosa del Karakorum che appartiene alla catena dell'Himalaya. L'itinerario tradizionale verso di esso va da Skardu, che è collegato con Islamabad attraverso una buona strada, via Shigar-Dassu-Askole fino a Concordia, sopra il ghiacciaio di Baltoro. L'altezza esatta del picco è 8.611 metri.
LE PRIME ESPLORAZIONI. Nel 1856, quando i Britannici stavano prendendo il controllo dell'India, dando luogo alla Guerra d’Indipendenza nel 1857, un giovane tenente dei Royal Engineers, T.G. Montgomerie, iniziò ad impegnarsi nello studio delle montagne del Kashmir, avviando delle grandi esplorazioni trigonometriche per la scoperta di quelle sconosciute vette. Durante questa indagine identificò una montagna molto alta nella catena del Karakorum, il “Masherbrum”, e le diede il nome di K1 ('K' sta proprio per Karakorum). Più tardi, individuò un'altra sommità, che è poi risultata essere "Chogori", e la chiamò K2, un nome che è giunto fino ai giorni nostri.
LE PRIME SCALATE. Cinque tentativi di scalare il massiccio furono fatti a partire dal 1902, ma gli unici degni di nota portano le firme di nostri connazionali. Il primo fu quello del 1909: una spedizione italiana, guidata dal risoluto Luigi Amedeo Giuseppe (Duca degli Abruzzi), nipote del re Vittorio Emanuele II, esplorò il K2. Il gruppo realizzò un ottimo resoconto dell’avventura, con foto e mappe accurate dell’area di Baltoro. Il duca si rifiutò di scalare la montagna attraverso i crinali sud-occidentali e tentò l’impresa attraverso il lato sud-orientale, oggi conosciuto appunto come lo Sperone degli Abruzzi. Raggiunse, assieme ai compagni, i 5560 metri d’altitudine, poi dovettero fermarsi per problemi ai portatori (quelli che nell’alpinismo sono addetti al trasporto di bagagli, viveri o attrezzature). In quella spedizione c’era anche Vittorio Sella, il grande fotografo di montagna, esploratore ed alpinista (raccontò per immagini il Monte Bianco, il Cervino, il Monte Rosa, il Gran Paradiso, le Dolomiti, il Caucaso, l’Alaska, il Ruwenzori, il Sikkim, il Nepal...). Porta il suo nome uno dei passaggi vicino al ghiacciaio di Godwin-Austen.
LA MONTAGNA DEGLI ITALIANI. Oltre a lasciare i loro nomi per sempre impressi in quel massiccio affascinante e pericoloso, gli italiani indicarono una via ad altri connazionali. Nel 1954 tentarono così l’impresa Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, in una spedizione guidata da Ardito Desio: seguirono la direzione suggerita dal Duca degli Abruzzi, molto dura e pericolosa, ma riuscirono a guadagnarsi la vetta. Il 31 luglio di 54 anni fa, infatti, l'Italia si meritò un primato tale da riscrivere per sempre la storia dell'alpinismo: Compagnoni e Lacedelli conquistarono la sommità più alta del K2. Per questo, da allora, è considerata la montagna degli italiani.
LE POLEMICHE CHE NE SEGUIRONO. La notizia dell’avvenimento giunse nello Stivale il 3 agosto e da allora l'evento fu celebrato in tutta la penisola con grande orgoglio, come simbolo della rinascita del Paese nel dopoguerra. Anche se a toccare effettivamente la vetta della montagna assassina furono soltanto Compagnoni e Lacedelli, il merito dell’impresa va sicuramente all'intero gruppo, guidato con tenacia e piglio militare da Desio. La spedizione fu peraltro segnata dalla tragedia della morte di Mario Puchoz, una guida 36enne di Courmayeur, colpito da una polmonite, aggravata da un edema polmonare.
Desio insistette nel proseguire immediatamente le operazioni, spaccando il gruppo e creando un’inevitabile scollatura fra il capo spedizione e l’insieme degli alpinisti (in particolare quelli “di testa", vale a dire Compagnoni, Lacedelli, Walter Bonatti, Erich Abram e Ubaldo Rey). Non fu questo l’unico motivo di polemica: soltanto quest’anno, dopo mezzo secolo, è stato dato alle stampe il volume "K2 la storia finita", per porre fine a una querelle che ha lasciato convivere per decenni due opposte versioni su quella spedizione. Una è quella ufficiale di Ardito Desio, l’altra quella di Walter Bonatti. Quest’ultimo, allora 24enne, rivendicava un ruolo che il capo della spedizione non aveva mai voluto assegnargli e che invece gli hanno persino concesso i tribunali.
LA VERSIONE DI BONATTI. La storia racconta che il 30 luglio Bonatti e il portatore Mhadi stavano trasportando i trespoli con le bombole d'ossigeno verso il nono e ultimo campo, dove si trovavano Compagnoni e Lacedelli. Le bombole erano indispensabili per tentare l'assalto alla vetta. Per un’incomprensione il campo si trovava, però, più in alto della quota stabilita in precedenza, così i due non riuscirono a raggiungerlo e dovettero bivaccare a 8100 metri, salvandosi per miracolo. La mattina del giorno seguente, Compagnoni e Lacedelli scesero a recuperare le bombole, lasciate dai loro compagni prima di tornare all'ottavo campo, e si avviarono verso la vetta, conquistata una decina d'ore più tardi.
I due dichiararono di aver raggiunto la cima senza l’ausilio di ossigeno, terminato a 200 metri dalla cima. Dieci anni dopo, in un articolo apparso sulla Nuova Gazzetta del Popolo, a firma Nino Giglio, i due accusavano Bonatti di aver rischiato di compromettere l'impresa per ambizione personale. Secondo Compagnoni e Lacedelli, Bonatti avrebbe voluto raggiungere la cima e avrebbe usato una parte dell'ossigeno, durante il bivacco notturno. L'accusato fece causa al giornalista per diffamazione e la vinse tre anni più tardi. Portò così avanti la sua versione dei fatti, che ribaltava di fatto le accuse: non aveva consumato ossigeno perché sprovvisto di erogatori e maschere e Compagnoni e Lacedelli avevano volontariamente ignorato gli accordi sulla quota dell'ultimo campo, per paura che Bonatti potesse poi sopravanzarli.
L’allora 24enne alpinista fu anche in grado di confutare la tesi dei compagni, spiegando che se le bombole si fossero davvero esaurite a 200 metri dalla meta i due non avrebbero mai risalito quel tratto – come avevano fatto – ad una velocità tripla rispetto alle ore precedenti e, senz’altro, si sarebbero liberati dell’inutile ingombro di bombole vuote sulle spalle. Nelle foto pubblicate sull'annuario svizzero "Berge der welt" del 1955, scoperte solo nel 1994, i due appaiono invece sulla vetta muniti dei contenitori d’ossigeno. A testimonianza che forse Bonatti aveva ragione e che, anche se gliene avessero data, nulla sarebbe stato tolto all’importanza dell’impresa. La montagna degli italiana è diventata dunque, come da stereotipo legato al nostro Paese, una inutile montagna di polemiche.
LINK
- Il K2
- L'impresa di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli
- Ardito Desio
Home
Invia ad un amico
Commenta